Otellook - il dramma shakesperiano trasfigurato dal cyberbullismo

DRAMMATURGIA E REGIA:

Kàos Teatri

MUSICHE ORIGINALI:

Marco Caino Marinelli


CON:

Marco Vescovi, Sharon Tomberli, Giuseppe Piccione, Massimo Boschi, Veronica Boccia, Marco Caino Marinelli

Cinque asettici tavoli bianchi e tre altrettanto semplici e banali sedie pieghevoli. Una quotidianità piatta fatta di bianchi e neri, come quella della maggior parte dei ragazzini di oggi, chiusi tra le pareti delle loro camere, con gli schermi dei cellulari come unica finestra sul mondo. Il loro mondo, un mondo di chat, profili instagram, like da conquistare, followers da stupire; un mondo in cui sono dei perfetti sconosciuti, nascosti dietro nickname e foto filtrate, a dettare le regole del giusto e sbagliato, a dirti come devi comportarti, che giudizio devi avere di te stesso. Un mondo dove la reputazione e l'apparenza sembrano essere le uniche cose vere, le uniche cose sacre.

È questo mondo fragile e manipolato a fare da sfondo ad Otellook, uno spettacolo crudo e cinico che si affaccia in modo semplice e diretto, senza buonismi o false retoriche, a uno dei problemi più attuali e drammatici della contemporaneità: il cyberbullismo.

E se il dramma shakespeariano a cui si ispira, Otello, può essere definito “la tragedia della parola”, Otellook è la tragedia della parola, oggi. Una parola sporca, triviale e priva di poesia, che può uccidere con disarmante leggerezza.

 

NOTE DI REGIA

Come può un fenomeno tragicamente attuale come il cyberbullismo essere indagato attraverso un dramma di più di 400 anni fa?

 Il capolavoro shakesperiano Otello, così come i grandi classici di autori immortali, ha la capacità di parlare all'uomo nella sua essenza. La maestria con cui Shakespeare ha saputo suonare quel complesso e affascinante strumento che è l'essere umano, ci ha permesso, attraverso un'attenta e minuziosa analisi del testo, di estrapolare dinamiche, rapporti e schemi sociali che hanno accompagnato l'uomo attraverso i secoli e che bullismo e cyberbullismo reiterano e amplificano.

Il dramma della gelosia è così specchio e collettore di invidie, manie di onnipotenza, smania di essere venerati, desiderio di amare ed essere amati, sempre più vivi e attuali.

Non solo. Il dramma di Otello è la “tragedia della parola”, una parola poetica che diventa tagliente nelle bocche dei suoi personaggi e strumento manipolatorio. Parallelamente, nella realtà attuale, è il cyberbullismo a poter essere definito “tragedia della parola”, ma una parola che non è più poesia, che non è più cultura ma ignoranza, il che dà vita a uno scontro generazionale che è anche scontro di linguaggi. Le parole di Shakespeare, rimaste vive nei personaggi di Desdemona e Otello, si incontrano e scontrano con il linguaggio sporco, violento e sguaiato della società digitale.

Il cyberbullismo utilizza la parola per arrivare alla tragedia, facendo leva su una maschera virtuale che tutto può. A cui tutto è consentito. Una maschera social a cui però è riduttivo e ipocrita imputare tutta la colpa, tutto il male: dietro a questi strumenti c’è sempre l'uomo, da noi incarnato in Iago, che è uno, nessuno e centomila. È l’uomo dietro al web, dietro al social, i mille volti della società che vomitano parole vuote, che aggrediscono con rabbia, che insultano con una semplicità e una gratuità disarmanti. Parole che feriscono, che infamano, che umiliano, ma a cui il popolo dei “leoni da tastiera” sembra non dare il minimo peso. Ma che forza hanno queste stesse dinamiche viste in 3D e non solo più a livello virtuale?

 

Otellook è innegabilmente uno spettacolo crudo, forte, fastidioso, forse, ma drammaticamente vero. Veri sono i rapporti, veri gli insulti, vere le personalità che si muovono sullo sfondo di un narcisismo digitale che porta all'estremizzazione dell'apparire. Il linguaggio utilizzato e le scene, sia allusive che esplicite, appartengono e corrispondono a ciò che avviene nella realtà del fenomeno di cyberbullismo.

Il mondo ritratto è quello adolescenziale, ma si è totalmente fuori dal fanciullesco. Gli schemi protratti, i modi di agire, sono del mondo adulto. Perché non c'è più spensieratezza, infanzia e leggerezza in una bambina di 12 anni che tenta di togliersi la vita, nei volti dei ragazzini morti suicidi che sempre più macchiano tragicamente le pagine dei quotidiani. Ragazzini che scelgono di uccidersi perché incapaci di sostenere l'umiliazione pubblica, che scelgono di morire pur di non leggere un nuovo insulto su di loro. Ragazzini che potreste essere voi, che potrebbero essere i vostri figli. Per questo tutto quel che viene detto di offensivo dai personaggi riporta reali oltraggi, epiteti offensivi ed insulti di Facebook: abbiamo deciso di prendere i commenti più triviali direttamente dal web per dargli la forza di cui sono intrisi ma di cui si fatica a rendersi conto, per dar loro il suono che lo scudo del social network vorrebbe attutire, per far sentire con quanta forza quelle parole urlano nella testa e del cuore delle vittime.

E poi ci sono le parole degli adulti, dei genitori. Una generazione che spesso non si accorge del mare virtuale in cui sono immersi i propri figli, in cui i propri figli tentano strenuamente di stare a galla. E li vede affogare, incapace di gettar loro un salvagente. E che non trova altra soluzione che quella di entrare goffamente nel loro mondo e condividere sui social il proprio dolore. Nell'illusione che un contatto virtuale possa sopperire al mancato contatto reale, perpetuando quell'ansia di apparire, nella convinzione che ottenere qualche like dalla cerchia degli amici del web possa essere un ottimo modo per elaborare il lutto.

 

"Amen".

 

Kàos Teatri